"Penso che sia andato proprio così "Inizio

scritto da Ambro
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Narrativa e poesie
- Nota dell'autore Ambro

Testo: "Penso che sia andato proprio così "Inizio
di Ambro

Inizio:

“Penso che sia andata proprio così”

 “Poesia d'Ingresso: “Il giorno del distacco”

 

“Il giorno del distacco”

 

Nel silenzio del monte,

 un raglio risuonò,

 svegliando sogni e timori,

 mentre l'alba

s'affacciava

 su un cuore che non dormiva.

 Sognava un cielo

 più ampio,

 una via che non fosse solo casa

 

L’addio si mischiava al pianto

 e il nodo alla gola saliva

come acqua pronta a traboccare.

Poi il saluto,

la corsa,

verso il futuro,

la valigia piena di tutto e di troppo,

e

un cuore gonfio

di lacrime

che ancora non sapevano

il perché,

 il come e per quanto.

 

 

 

Moschiano, 1945

L'aria era ancora densa di buio quando il raglio insistente di un asino lacerò il silenzio della corte, svegliando i residenti. C’era chi dormiva profondamente e chi, come la giovane Mery, fantasticava a occhi aperti. Sì, proprio lei: quella che i compaesani chiamavano ’A Brioche perché piccola e paffuta. Non aveva chiuso occhio per tutta la notte, combattuta tra la paura e la felicità per ciò che sarebbe accaduto di lì a poco.

Mery ascoltava il vento che prendeva a schiaffi lo scuro della finestra e fissava l'orologio al muro. Una gallinella meccanica muoveva la testa ritmicamente: clic, clic, clic. "Beccava" il tempo, mangiandosi i minuti che la separavano dal resto della sua vita. Le sue sorelle, Nuccia e Melina, erano un coro di sussurri nel buio:

— «Mery, non ti scordare di noi quando sarai lassù, tra le nuvole,» mormorò Nuccia, la più piccola, con un filo di voce tremante. — «E tieni strette le borse, che in cielo il vento sposta pure i pensieri,» aggiunse Melina, cercando di rimboccare le coperte alla sorella come per trattenerla ancora un po'.

Sembravano un orologio a cucù inceppato; una ripetizione che cercava di fermare il tempo, di non farlo scivolare via verso quel viaggio incredibile. Mery voleva cancellare tutto: la polvere dei vicoli, il peso della gerla, il destino già scritto col gesso su una vecchia lavagna.

 Cullava la speranza di costruire su quell’enorme muro bianco del futuro qualcosa di vantaggioso, diverso, sicuro; non solo per sé, ma per riscattare l'intera famiglia.

Voleva l’America. E voleva arrivarci sfidando il cielo.

Improvvisamente, un rombo sordo, simile a quello di un trattore stanco, scosse i vetri della stanza. Era lei: Pippinella. La "pazza del paese", la donna che vestiva da uomo e che sfidava le malelingue guidando un vecchio automezzo scoppiettante. Sotto la finestra, la voce di Pippinella, roca di fumo e di vita, squarciò il silenzio:

— «Uè, 'A Brioche! Scendi! L'uccello d'acciaio non aspetta i tuoi comodi a Capodichino!»

Mery balzò fuori dalle coperte. — «Mery, ma sei sicura?» chiese Melina, stringendole un braccio. «L’aereo... dicono che è una macchina del diavolo, che si sta sospesi nel vuoto.» — «Meglio sospesi nel vuoto che piantati nel fango, Melì,» rispose Mery con una fermezza che non sapeva di avere. «Se devo volare per cambiare vita, allora volerò più in alto di tutti.»

Infilò le scarpe buone, quelle comprate con i risparmi di un anno, e si guardò allo specchio un'ultima volta. Fuori, il motore di Pippinella continuava a tossire, un battito meccanico che sembrava dire: andiamo, andiamo, andiamo. Per Mery, quel rombo non era un rumore molesto: era il ruggito della sua nuova libertà.

Pippinella arrivò con la sua Fiat 1100 nera, targata MI- L82 09. Le portiere aperte sembravano orecchie d'elefante pronte a spiccare il volo e, a guardarla bene frontalmente, l'auto pareva farti l’occhiolino; non si capiva se fosse per il colore del vetro dei fari, leggermente diversi l’uno dall’altro, o per un difetto della lampadina che pulsava a intermittenza come un cuore metallico.

Pippinella scese dall'auto un'ora prima del previsto, agitata e solenne nella sua giacchetta nera da uomo. Si piantò in mezzo al cortile e urlò verso la finestra serrata: — «Gilurmèlla!»

Era il soprannome con cui chiamava zia Martella, la mamma di Mery. La donna si affacciò, ancora stordita dal sonno e con i capelli sciolti sulle spalle. — «Svegliati! È ora di partire!» gridò Pippinella agitando le braccia. «Preparatevi, altrimenti facciamo tardi: l’appàrecchio se ne va in America e ’A Brioche resta qua a guardare le galline!»

A quella parola — America — la corte sembrò trattenere il respiro. Persino il vento parve fermarsi tra i rami delle nocciole. Zia Martella rimase un attimo immobile sul limitare del terrazzo, come sospesa nell’aria. Il suo volto era una mappa di sentimenti contrastanti: preoccupata per l'ignoto, dispiaciuta per il distacco, ma profondamente serena. Sapeva che Mery, la sua primogenita, partiva per dare un pilastro ai fratelli che, laggiù, avevano bisogno di lei.

— «Sbrigatevi, Nuccia, Melina! Se volete venire a Napoli dovete muovervi!» disse la madre alle figlie più piccole, che occhieggiavano curiose dalle coperte. Non erano in ritardo: era Pippinella a correre più del tempo. Erano appena le cinque e l’aereo sarebbe decollato solo alle 11:45, ma per la "pazza del paese" il mondo era già in movimento.

Mery si alzò per prima. I suoi gesti erano lenti, quasi a rallentatore, come se volesse abitare ogni centimetro di quella stanza per l'ultima volta. Sua madre aveva già preparato il lavabo bianco con acqua fresca e petali di rosa, un rito antico per augurare bellezza al cammino. Mery vi immerse le mani, si sciacquò il viso e per un istante il mondo fu solo il profumo dei fiori e il tocco gelido dell'acqua.

Paaa-paaa! Il clacson di Pippinella, improvviso come uno schiaffo, la fece sobbalzare. Mery si asciugò in fretta con il telo di lino e si affacciò: — «Buongiorno zì Pippinè, siete già pronta?» — «Sono qui da un’ora! L'asfalto scotta sotto le ruote!» — «Portate pazienza... fra poco partiamo per l’America.» — «Se non ti muovi resti a Moschiano, e l’America la vedi solo sulle cartoline di Natale!» ribadì la donna, battendo le mani sulle cosce.

Mery scese le scale di corsa, trascinando la sua valigia verde di cartone pressato. In cucina cercò di aggrapparsi alla normalità: — «Venite dentro, vi preparo un caffè...» Entrando, Pippinella vide i gattini che giocavano sotto il tavolo e ammorbidì la voce: «Micio, micio…». Ma fu un attimo. Mery appoggiò la valigia sul tavolo e afferrò la moka napoletana. — «Uagliòttola, io il caffè non lo prendo, mi fa ballare troppo i nervi.» — «Allora vi preparo l’orzo. Così lo bevo anch’io con mamma e le mie sorelle. L'ultima volta.»

Mentre l'orzo borbottava sul fuoco, Pippinella, mossa da un’urgenza elettrica, aprì la valigia di Mery e cominciò a stiparci dentro tutto alla rinfusa: calze, santini, pane biscottato, sogni e sottane. — «Zia Pippinella, ma che fate? Mi stropicciate tutto il corredo!» — «Ci penso io! Tu pensa a vestirti! L’importante è che ci stia tutto, pure il respiro di questa casa!»

Mery si sedette, sconfitta da quella foga. Più la valigia si gonfiava, più sentiva il cuore restringersi. Un nodo alla gola, un nuzzùlo, le mozzava il fiato. Gli occhi le si gonfiarono, rendendola simile a una piccola ranocchia pronta a scoppiare in pianto. Pippinella, che sotto la scorza da uomo nascondeva un’antenna sensibilissima, si fermò. Prese un bicchierino, vi versò del marsala all'uovo denso e profumato e si avvicinò.

— «Uagliòttòla, non ti abbattere. Se cominci a piovere adesso, come fai a reggere tutto il viaggio sopra le nuvole?» — «Non è che piango... è che... è tutto così veloce, zì Pippinè.» — «Lo so. Ma le cose belle arrivano a schiaffo, mica chiedono permesso.» Le porse il bicchiere, guardandola dritta negli occhi. — «Bevi, che ti fa passare questo groppo in gola. ’A pena è 'a nòsta che rimaniamo qui a guardare la montagna. Tu te ne vai in America, devi avere gli occhi asciutti per vedere quanto è grande il mondo.»

Mery guardò il liquido ambrato. Sapeva che non era una scampagnata: andava a fare da madre ai suoi fratelli, in una terra di cui non conosceva nemmeno il suono del nome. Prese il bicchiere e lo buttò giù tutto d'un colpo. Il calore del marsala le bruciò la gola, sciogliendo il nodo. Espirò forte, con un soffio che sapeva di zucchero e alcool.

— «Ma che è? Medicina?» chiese tossicchiando, mentre un calore nuovo le invadeva le guance. — «No,» rispose Pippinella con un sorriso sghembo, richiudendo la valigia con un colpo secco. «È coraggio liquido. E adesso muoviamoci, che la 1100 ha fame di strada.»

Zia Martella entrò in cucina, sistemandosi il fazzoletto nero. Guardò la figlia, vide il rossore del marsala e capì che il momento del distacco era davvero arrivato. Non c'era più tempo per i petali di rosa; c'era solo il rombo di Pippinella che aspettava fuori.

Mery si avvicinò a Pippinella, l’abbracciò quasi per darsi un sostegno e sussurrò: — «Che cosa vuoi che siano dodici ore di viaggio... È come una giornata di lavoro nei campi. Posso tornare quando voglio, no?»

Non era vero, e Pippinella lo sapeva bene. Quel biglietto di sola andata era costato quanto il sudore di un anno intero; un lusso che profumava di sacrificio estremo. La "zitellona", per una volta senza parole, abbassò lo sguardo e accennò un sì ripetuto col capo, poi si chinò per accarezzare i gattini che ancora le gironzolavano tra i piedi. Sapeva che Mery era una privilegiata, sì, ma di quel privilegio che ti strappa le radici per sempre.

Mery stava per chiudere la valigia quando Nuccia e Melina apparvero sulla soglia insieme alla madre. — «Eccoci.» — «Era ora!» sbuffò Pippinella, recuperando la sua maschera di impazienza.

Melina si avvicinò a Mery e le tese il suo spillone rosso per i capelli; Nuccia, con gli occhi lucidi, le porse la sua spazzola preferita, quella color rosa antico. — «Così, quando li userai, sentirai le nostre mani tra i tuoi capelli,» sussurrò Nuccia.

Il respiro di Pippinella, che ormai non ne poteva più di aspettare, somigliava al fischio sottile della moka sul fuoco. Con un gesto arrogante e fulmineo, afferrò il coperchio della valigia e lo serrò, imprigionandovi dentro la vecchia vita di Mery, l'odore di casa e l'eco del raglio dell'asino che ancora insisteva nel cortile. Poi, afferrò il bagaglio e uscì.

Mery seguì Pippinella a capo chino verso la Fiat 1100. Le gambe le tremavano, ma la tempra della donna di montagna ebbe la meglio: si asciugò le lacrime con i pugni chiusi, un gesto brusco per scacciare la fragilità. In quel momento si sentì sradicare come un albero in piena fioritura; appassì per un istante, ma i suoi rami cercavano già l'aria nuova. Aveva dentro la forza di un vulcano: quel viaggio, seppur forzato, era la sua eruzione.

Salì per prima e si piazzò sul sedile anteriore, accanto a Pippinella. Dietro si sistemarono zia Martella e le sorelle. Con un tocco di superba determinazione, Mery chiuse lo sportello: un "clack" secco che lasciò fuori il mondo conosciuto, il fossato con l'odore acre di varechina e il profilo aspro della sua borgata.

Pippinella premette il clacson e la vecchia 1100, scricchiolando nelle giunture, si avviò orgogliosa. Una nuvola di fumo grigio avvolse la strada, oscurando il passato in bianco e nero di Moschiano. Man mano che i tornanti scendevano verso la piana, il paesaggio mutava: i colori diventavano più accesi, il verde delle vigne più brillante, l'azzurro del cielo di Napoli più vasto.

Dopo pochi chilometri, il silenzio scese nell'abitacolo. Le sorelle, vinte dalla tensione, si addormentarono l'una sulla spalla dell'altra. Anche zia Martella chiuse gli occhi, fingendo un sonno profondo per evitare i commenti taglienti di Pippinella.

Restarono solo loro due: la donna che sfidava il mondo e la ragazza che stava per mangiarselo. Pippinella teneva il volante con mani nodose, lo sguardo fisso sulla strada che puntava verso il mare. — «Guarda avanti, uagliòttola,» disse senza voltarsi, con la voce appena addolcita. «Non guardare lo specchietto, che quello serve solo a vedere chi ti sta alle costole. Tu ora davanti a te hai solo l'orizzonte.»

Mery appoggiò la testa al finestrino, guardando le prime luci di Napoli che iniziavano a brillare in lontananza come un tappeto di diamanti buttato sulla costa. — «Zì Pippinè, ma l'aereo... fa rumore come la vostra macchina?» Pippinella rise, un suono breve che sapeva di fumo. — «Quello non fa rumore, Mery. Quello urla. Urla perché vuole scappare dalla terra. Proprio come te.»

La Fiat 1100 accelerò, lanciata verso Capodichino, mentre il sole iniziava a sorgere alle loro spalle, illuminando la strada verso il domani.

Mery restò sveglia, gli occhi incollati al finestrino, rapita dai nuovi profili delle case e dalle strade che si facevano più ampie. A tenerla desta ci pensò la zitellona con i racconti della sua gioventù ribelle.

— «Lo sai che quando avevo ventidue anni avevo già la patente?» lanciò lì Pippinella, cambiando marcia con un colpo secco. — «No! E dove l’avete presa, zì Pippinè?» — «Alla Motorizzazione di Avellino. Ero l'unica femmina in mezzo a una marea di cappelli e baffi.» — «Posso prenderla anch’io?» chiese Mery, con una scintilla d'improvvisa speranza. Pippinella sorrise, ma scosse il capo: «Assolutamente no». — «E perché?» — «Perché per prima cosa ci vogliono la macchina, i soldi e la testa. E a te, per ora, mancano i primi due.» — «Ma quanti soldi ci vogliono?» — «Allora spesi 800 lire per la patente e 200 mila per la macchina. Una fortuna.»

Mery restò ammutolita, facendo i conti con la miseria che si lasciava alle spalle. — «Ti sei spaventata, eh?» — «No... stavo pensando che non potrò mai prenderla. Dove li trovo tutti quei soldi?» — «Io l’avevo presa perché volevo fare la pilota nelle volanti della Polizia, come mio zio,» continuò Pippinella, lo sguardo perso oltre il parabrezza. «Ma le donne non potevano. Dicevano che avevamo il cuore troppo tenero per inseguire i ladri. Tutti maschilisti, come mio fratello Dino.» — «Vostro fratello? Il Conte Dino?» — «Ma quale Conte!» sbottò lei. «È un contadino che mangia pane e cipolla, ma vuole far credere a tutti di essere un nobile. Sempre con quel foulard rosso al collo e la giacca di camoscio pure con quaranta gradi. Odia i ricchi, ma fa di tutto per scimmiottarli.»

Mery sorrise immaginando il "Conte" tra i solchi della terra, poi d'un tratto trasalì e puntò l’indice verso l’alto: «Che bello!» 

 — «Chi? Mio fratello?» — «No! L’aereo che sta volando nel cielo!» Pippinella ridacchiò: «Ma non vedi che è in fase di atterraggio? Siamo arrivate. Tra cinque minuti calpestiamo l'asfalto di Capodichino».

Giunte a destinazione, Pippinella fece una manovra di parcheggio da manuale e svegliò i passeggeri con un grido: — «Uagliòttelle, scendete! Virite l’apparecchie!»

Ancora intontite, Nuccia e Melina scesero dall'auto e restarono pietrificate. Gli aerei, visti da vicino, sembravano balene d'argento cadute dal paradiso. — «Ma come fanno a stare nell'aria?» chiese Nuccia, tirando la gonna della madre. — «Boh, non ne ho idea,» rispose Martella sbrigativa, lottando con la valigia di cartone nel bagagliaio per nascondere il tremito delle mani. Si avviò verso l'entrata senza voltarsi, come se fermarsi significasse crollare.

Dentro l'aeroporto, il rumore dei motori e il viavai di gente in divisa rendevano tutto irreale. Mery, vinta dalla paura del volo, era diventata un guscio di silenzio. Martella le si avvicinò per le ultime raccomandazioni: — «Mery, mi raccomando... se qualcuno ti offre delle caramelle, non le prendere. Non sai mai cosa ci mettono dentro.» — «Mamma, non preoccuparti. Lo so che non devo dare retta agli estranei.»

Pippinella, sentendo quelle parole, sbuffò infuriata: «Siete le solite montanare! Sempre a sospettare di tutto!» — «Perché dici così?» ribatté Martella. «Tu di dove sei? Di Parigi?» — «Se qualcuno mi offre qualcosa, io accetto e ringrazio! Non faccio la scostumata per paura di un confetto!» — «Non preoccupatevi per me,» intervenne Mery con un sorriso triste che le illuminò il viso per un istante. «Non sono più una bambina.»

Superati i controlli, arrivò il momento dello strappo. Mery abbracciò Pippinella, sentendo l'odore di tabacco e benzina che l'aveva scortata fin lì; poi strinse le sorelle, bagnando i loro capelli con le sue lacrime. Infine si tuffò tra le braccia di sua madre. Non si dissero nulla: i cuori battevano all'unisono, un ultimo segnale prima della distanza.

Mery si avviò verso la pista. Salì la scaletta di ferro senza mai voltarsi, con la valigia verde che sembrava pesare meno del suo cuore. Quando il portellone dell'aereo si chiuse con un tonfo metallico, il mondo di Moschiano rimase fuori.

Dalle vetrate della sala d'aspetto, gli occhi di zia Martella e delle sorelle si riempirono di lacrime. Mentre i motori iniziavano a urlare, Nuccia appoggiò la fronte al vetro gelido e sussurrò: — «Buona fortuna, Mery... non dimenticarti di noi. L'America è grande, ma noi siamo qui.»

L'aereo prese la rincorsa e si staccò da terra, portando via 'A Brioche verso un destino a colori, mentre sotto di lei la Fiat 1100 nera di Pippinella diventava un puntino piccolissimo nel grigio della città.

 

Mery era felicissima. Mentre l'aereo prendeva quota, sentì quella strana pressione allo stomaco che non era paura, ma libertà. Insieme a quell'uccello d'acciaio, anche lei si staccò dal suolo e iniziò a volare con la mente; il ronzio costante dei motori divenne una ninna nanna metallica che la cullò fino a farla scivolare in un sonno profondo.

E nel sonno, tornò a casa, ma in una casa che non aveva mai visto.

Si ritrovò sul bordo di un campo immenso, sotto un cielo azzurro così limpido da far male agli occhi. Intorno a lei non c'erano le montagne aspre di Moschiano, ma distese infinite di grano maturo che ondeggiavano come un mare d'oro. Al centro di quella luce c'era lui: Martino.

Suo padre indossava la camicia bianca con le maniche arrotolate, quella buona, che metteva solo la domenica o per le feste grandi. Non aveva il volto stanco della fatica, ma appariva giovane e solido come una quercia. Mery gli corse incontro, sentendo il fruscio delle spighe contro le gambe, come quando era bambina e lo aspettava al ritorno dai campi.

Lui la sollevò in braccio con una forza antica, sollevandola verso il sole. — «T’hanno mai detto che sei coraggiosa, uagliòttola mia?» le chiese, mentre la rimetteva a terra e le sistemava con dolcezza i capelli dietro l’orecchio.

Lei annuì, sentendo il calore della sua mano, ma gli occhi le si riempirono di lacrime: — «Ma io ho paura, papà. L'America è troppo grande, io mi sento piccola come un chicco di grano.»

Martino le sorrise, quel sorriso un po' storto e pieno di segreti che riservava solo a lei. — «Pure io avevo paura, sai? Ogni volta che mettevo il seme nella terra e non sapevo se sarebbe piovuto. La paura è il segno che sei viva, Mery. È come il sale: ce ne vuole un pizzico per dare sapore, ma non devi lasciarla cadere tutta nel piatto. Tienila con te, ma non farle comandare il cuore.»

Poi le prese la mano, ruvida e calda, e se la portò al petto, proprio sopra il battito del cuore. — «Senti qua? Questo non si ferma mica perché cambi terra. Io sono qui. Sempre. In ogni pane che mangerai, in ogni passo che farai su quelle strade nuove. Io sono le tue radici, e le radici te le porti dentro, mica restano piantate a Moschiano.»

Mery appoggiò la testa sulla spalla del padre, respirando il suo odore di tabacco e terra buona. — «Papà, ma l'America com'è?» Lui alzò lo sguardo verso l'orizzonte dorato e rispose con voce profonda: — «L'America è quello che ci scriverai tu sopra, figlia mia. È una lavagna pulita.»

D'un tratto, un vuoto d'aria scosse l'aereo e Mery si destò. Il sogno svanì come nebbia al sole, ma la sensazione della mano di Martino sul suo viso rimase lì, vivida. Si guardò intorno: gli altri passeggeri dormivano o fissavano il vuoto, ignari che in quel piccolo sedile una ragazza di montagna aveva appena ricevuto il coraggio di un intero albero genealogico.

Mery si sistemò lo spillone rosso tra i capelli, guardò fuori dal finestrino e vide le nuvole bianche sotto di sé. Non era più sola. Ora, oltre il mare, la aspettava la sua lavagna pulita.

L’aereo sobbalzò leggermente e Mery si risvegliò con il cuore che le batteva nel petto come un uccello in gabbia. Si passò le mani sul volto, scacciando i residui del sogno di Martino, e guardò fuori dal piccolo oblò: sotto di lei, un mondo nuovo, vasto e colorato, la aspettava. Quando le ruote toccarono la pista, Mery sentì un tonfo sordo, non solo nelle gambe ma nell'anima. Era come se una parte di sé fosse rimasta sospesa lassù, tra le nuvole, a metà strada tra il vecchio e il nuovo.

Raccolse le sue cose con gesti lenti, quasi a voler allungare quegli ultimi attimi di terra di nessuno. Al controllo passaporti le mani le tremavano mentre stringeva i documenti che odoravano ancora di casa, ma bastò uno sguardo gentile dell’addetto e il timbro secco sulla carta per renderla, ufficialmente, una nuova abitante di quel continente.

Appena oltre le porte automatiche, l'aria la investì con un calore umido e sconosciuto. In mezzo alla folla, vide due volti familiari che parevano illuminare l'intero aeroporto: Pinuccio e Salvatore. I suoi fratelli la aspettavano agitando un cartello colorato e goffo, disegnato a mano su un pezzo di cartone recuperato. «Benvenuta Mery!», c’era scritto, con tanti cuori e una bandiera americana disegnata con i pastelli, un po' storta ma carica d'amore.

Le corsero incontro travolgendola. Pinuccio la sollevò di peso, scompigliandole i capelli proprio come faceva quando erano ragazzini e correvano tra i noccioleti di Moschiano.

— «Grazie a Dio e alla Madonna della Carità! Sei arrivata, Mery! Sei arrivata in Venezuela!» esclamò Salvatore, stringendola in un abbraccio che sapeva di lacrime e sollievo.

Mery sorrise, stordita dal rumore, dalle luci e da quella lingua nuova che le ronzava intorno. Guardò i suoi fratelli: erano più magri, abbronzati dal sole dei tropici, ma nei loro occhi c'era la stessa fame di vita che aveva spinto lei a salire sull'auto di Pippinella.

— «È questa l'America, allora?» chiese Mery, guardando oltre le vetrate dell'aeroporto verso le palme e le strade brulicanti di Caracas. — «Questa è la nostra America, sorellina,» rispose Pinuccio prendendo la sua valigia verde di cartone. «Qui il pane non manca e il futuro si costruisce ogni giorno.»

'A Brioche era atterrata. Ma mentre camminava tra i suoi fratelli, sentiva che il suo vero viaggio era appena cominciato. Non era più la ragazzina che aveva lasciato la montagna all'alba, spaventata dal raglio di un asino, ma non era ancora la donna forte che sarebbe diventata tra quelle terre straniere.

In mezzo a quel cambiamento, tra il passato di fango e il futuro di speranza, c’era lei: una ragazza di Moschiano che aveva avuto il coraggio di sfidare il cielo. Caricò la valigia sulla vecchia auto dei fratelli e, proprio come le aveva detto Pippinella, non guardò lo specchietto. Davanti a lei c'era solo l'orizzonte.

 

Poesia di chiusura:

“Ali sul cielo, cuore tra i monti”

 

 

 

Ali sul cielo, cuore tra i monti

 

La valigia stretta al petto,

e il cuore pieno di tramonti,

salì sul vento

 diretto in terra straniera,  

lontano dai monti.

Promise  al silenzio,

 a se stessa

 e  alla voce materna,

di tornar  presto

 tra riga e pensiero,

su un foglio di carta

che vola leggero.

 

“Sono solo distante,

non, sono straniera”

cosi disse al suo cuore

per non patire

la malicnconia  

Inizio ( 1 Capitolo ) tratto da 'A Brioche Italovenezuelana  di Salvatore Ambrosino.

"Penso che sia andato proprio così "Inizio testo di Ambro
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